Come evitare un infortunio, o almeno, come tentare di prevenire che si verifichi.

Stuart Mc Gill, professore emerito dell’Università di Waterloo in Canada, ed uno dei maggiori esperti sulla gestione del mal di schiena, ha coniato una frase piuttosto forte:

La maggior parte degli infortuni degli atleti, è colpa degli allenatori”.

Sono certo che molti coach sobbalzerebbero sulla poltrona sentendosi dire una frase come questa e devo ammettere, essendo io stesso allenatore, che la sensazione di disagio è palpabile.

Quando un atleta di qualsiasi livello ed età si infortuna, spesso e volentieri si assiste ad un patetico scaricabarile dove ognuno, cerca le cause di quanto accaduto nell’operato di altri.

Ed ecco che ancora una volta, siamo costretti a sentire vere e proprie perle di saggezza quali:

  • “si è fatto male per colpa dell’allenatore” (il genitore)
  • “si è fatto male perchè i genitori gli stanno troppo addosso” (l’allenatore)
  • “non recupera dall’infortunio perchè ha uno stile di vita poco sano” (il fisioterapista)
  • “non recupera dall’infortunio perchè il fisioterapista non sa fare il suo lavoro” (il genitore e l’allenatore)”
  • ecc….

Insomma, non è mai colpa di nessuno e questo, crea intorno all’atleta una situazione non semplice da gestire.

“Soddisfazione e felicità, dipendono dalla nostra capacità di assumerci responsabilità e decisioni.”

Questa frase di Jordan Peterson, dovrebbe servire da monito per tutti coloro che lavorano in ambito sportivo.

Infatti, non solo dobbiamo avere il coraggio di assumerci la responsabilità delle nostre decisioni ma, dobbiamo anche insegnare all’atleta a fare altrettanto.

Se non saprà farlo, non solo non riuscirà a superare le difficoltà che lo sport gli pone dinanzi ma, non riuscirà a superare nemmeno quello che la vita gli prospetterà.

E noi avremmo fallito nel nostro lavoro perchè, non saremmo riusciti a dare il giusto valore all’aspetto sociale ed educativo insito nella pratica di uno sport.

Coscienza a posto!

Allora, dobbiamo essere certi di lavorare in sicurezza quando alleniamo, specie se alleniamo ragazzi e ragazze giovani, e dobbiamo avere la certezza che ciò che facciamo per migliorare le loro prestazioni, non mette a repentaglio la loro salute.

Nel precedente articolo, abbiamo parlato delle problematiche insite nella specializzazione precoce dei giovani sportivi ed inoltre, abbiamo parlato delle difficoltà che ci sono nell’epoca attuale, a trovare situazioni in cui i ragazzi possano confrontarsi con diverse discipline.

Allora, dato per scontato quanto detto nel precedente paragrafo, mi permetto di dare qualche personale suggerimento che ci aiuti a fare tutto ciò che è possibile fare, affinché il rischio che si verifichi un infortunio diminuisca in modo tangibile.

Iniziamo allora con farci qualche domanda:

  • chi è l’atleta che ho davanti?
  • in quale fase dello sviluppo è?
  • possiede davvero la forza necessaria ad eseguire gli esercizi che gli chiedo di fare?
  • conosco le sue caratteristiche di mobilità?

Sembrano domande sciocche ma credetemi, sono domande a cui un allenatore, un fisioterapista ed addirittura un genitore non sempre sa dare una risposta.

Ecco perchè nella mia pratica quotidiano in studio ed in campo, riservo sempre grande attenzione all’aspetto valutativo.

L’importanza dello screening

La prima cosa da valutare in un atleta o in un paziente, è la presenza di dolore.

Il dolore è lo spartiacque, è il fattore in presenza o in assenza del quale, dobbiamo assumerci la responsabilità di decidere cosa dobbiamo proporre al nostro atleta.

Se non c’è dolore, la prima cosa da valutare è la mobilità articolare e la qualità del gesto, nell’esecuzione di movimenti generali come potrebbe essere ad esempio uno squat o il sollevamento di una gamba.

L’ampiezza del sollevamento di un arto inferiore a ginocchio esteso, ci fornisce moltissime informazioni sulla mobilità e sulla capacità di allungamento muscolare dei segmenti interessati.

Un semplice sollevamento di una arto con un movimento simile a quello rappresentato nella figura sopra, ci fornisce indicazioni su:

  • la lunghezza della catena posteriore della gamba che si solleva
  • la lunghezza della catena anteriore della gamba che rimane a terra
  • la stabilità del complesso bacino-pelvi

Tutti questi parametri e molti altri, andrebbero tenuti in considerazione quando andiamo a costruire un programma di allenamento perchè, fanno parte di quelle capacità motorie fondamentali, senza le quali non si può costruire una prestazione.

La prestazione si costruisce su basi solide

E senza la capacità di costruire una prestazione, non c’è la possibilità di acquisire capacità tecniche complesse, indipendentemente da quale sport si pratichi.

Affondo con appoggio posteriore su gradino.

Ad esempio, se un’atleta non fosse in grado di mantenere l’equilibrio nella posizione che vedete in figura, sarebbe logico chiederle di mantenere la stessa posizione su una trave da ginnastica artistica?

Certo che no! Ma il problema è un altro.

Se l’allenatore o il fisioterapista, non fosse a conoscenza del fatto che l’atleta non riesce a mantenere l’equilibrio nella posizione in affondo, e chiedesse all’atleta di rimanere in appoggio su un piede solo su una trave, cosa succederebbe?

L’avete già capito. L’infortunio sarebbe dietro l’angolo.

E credetemi, nessuno più di me, vorrebbe che ciò non accadesse mai.

Nel prossimo articolo, andrò più nel dettagli di alcuni semplici test che potete fare a casa o prima di un allenamento per capire se il vostro range di mobilità articolare e muscolare è sufficiente a mettervi al riparo da rischi.

Poche cose ma semplici, e qualche concetto chiave per aiutarvi a costruire il vostro allenamento ideale.

Alla prossima

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Andrea Benvenuti
 

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